Tutto è possibile, ma tutto è improbabile. 

Oggi rifletto su una frase che mi accompagna come un’ombra pensante:
tutto è possibile, ma tutto è improbabile.
La scrivo qui, nel mio diario, perché sento che non è soltanto un pensiero:
è una lente attraverso cui guardo la mia esistenza.

La possibilità è la dimensione più vasta dell’essere.
È ciò che i filosofi chiamano potenza:
un orizzonte aperto, un campo di alternative che non ha confini.
Ogni vita potrebbe essere mille vite,
ogni scelta potrebbe biforcarsi in mille direzioni,
ogni incontro potrebbe non avvenire mai o avvenire in mille forme diverse.

Eppure la mia giornata, quella che vivo davvero,
non è fatta di questa immensità.
È fatta di ciò che riesce a emergere dal mare delle possibilità,
di ciò che diventa atto,
di ciò che prende forma nel tempo e nello spazio limitato che abito.

L’improbabile è la legge silenziosa che governa il reale.
Non è un ostacolo: è la struttura stessa della vita.
Ci ricorda che il mondo non realizza tutto ciò che può,
ma solo ciò che trova un equilibrio tra cause, condizioni, incontri, scelte.
La filosofia lo chiama contingenza:
nulla è necessario, tutto potrebbe essere diverso.

E allora mi accorgo che ogni evento della mia storia
è un frammento di universo che ha attraversato una soglia strettissima.
Un’improbabilità che ha vinto la sua battaglia contro l’infinito.
Un accadere che poteva non accadere,
e proprio per questo è prezioso.

Oggi guardo la mia vita con questa consapevolezza:
non come una sequenza di fatti inevitabili,
ma come una trama di possibilità che hanno trovato il coraggio di diventare reali.
Ogni gesto, ogni parola, ogni incontro
è un miracolo discreto, un esito fragile,
una scelta dell’essere tra mille alternative.

E forse è proprio qui che si nasconde il senso:
nel riconoscere che ciò che vivo non è garantito,
ma conquistato dall’improbabile.

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