Il sabato, oggi, è diventato un giorno dedicato alla cura di me stesso. Mirko è venuto la mattina, e la doccia che abbiamo fatto insieme ha avuto il sapore di un rito: l’acqua che scorre, il profumo che resta, la sensazione di essere restituito per un attimo alla mia forma originaria. È sorprendente come un gesto così semplice possa ancora ricordarmi chi ero, quando l’autonomia non era un privilegio ma una condizione naturale.
Con il passare del tempo, però, la difficoltà cresce. La patologia avanza secondo la sua logica, che non è né giusta né ingiusta: è semplicemente la logica della vita che si trasforma. Ho avuto il tempo per accoglierla, per comprenderne il ritmo, per capire che non posso oppormi a ciò che procede per conto suo. L’essere umano non è padrone del proprio corpo: ne è ospite, e a volte anche prigioniero.
Così, anche il desiderio di mostrarmi agli altri si è affievolito. Non è solo il caldo, non è solo la fatica: è la domanda che ritorna, silenziosa e insistente. Per chi? Per cosa? Quando il mondo esterno non risponde più a un bisogno interiore, si restringe. E ciò che resta è una stanza, una casa, un corpo: un piccolo universo che somiglia a un carcere, ma non per punizione. È un carcere senza colpa, dove la pena non è inflitta, ma semplicemente vissuta.
Mi torna alla mente la frase di Primo Levi: “Ditemi se questo è un uomo.”
Non la ripeto per negarmi, ma perché a volte la fragilità mette in discussione la forma stessa dell’esistenza. Che cosa significa essere uomo? Essere libero? Essere autonomo? O forse significa, più radicalmente, continuare a pensare, a sentire, a interrogarsi anche quando il corpo non segue più?
Oggi sono negativo, è vero. Ma la negatività non è un errore: è una parte della coscienza. Non tutto è rosa e fiori, e non tutto deve esserlo. La fragilità non risparmi nessuno; arriva in modi diversi, in tempi diversi, ma arriva. E riconoscerla è già un atto di lucidità.
Buona giornata, Alessandro. A dopo.
Ci sono gesti che per molti sono nulla: aprire una scatola, staccare una pastiglia dal suo blister, compiere quella piccola sequenza di movimenti che la mano esegue senza pensarci.
Per la maggior parte delle persone quel gesto è trasparente, automatico, quasi inesistente.
Per me, invece, è un confine.
Un confine che non si vede non lo vede chi mi sta accanto, non lo vede chi vive nel corpo senza ostacoli ma io lo percepisco in ogni fibra.
È lì, davanti alle mie mani, come una soglia sottile che rallenta, che oppone resistenza, che mi costringe a misurare ogni movimento.
Poco fa ho preso una pastiglia.
Un’azione minuscola, quotidiana.
La scatola, il blister, la compressa da liberare.
Per gli altri è un gesto che dura un secondo.
Per me è un percorso.
Le dita che cercano la presa, la lentezza che si insinua, il tempo che si dilata.
Alla fine ci riesco sì, ci riesco sempre ma il prezzo è quel tempo che scorre più lento, quella fatica che non si vede, quella barriera che nessuno nota.
Ecco cosa intendo quando parlo di invisibile:
il confine è visibile a me, perché lo incontro ogni giorno.
Ma è invisibile agli occhi degli altri, soprattutto a chi vive nel corpo senza ostacoli, a chi non deve negoziare ogni gesto con la propria condizione.
È un confine sottile, silenzioso, ma reale.
Un confine che non separa me dagli altri, ma separa il loro modo di vivere il mondo dal mio.
E ogni volta che lo attraverso anche per prendere una semplice pastiglia compio un piccolo atto di resistenza, un attraversamento che nessuno vede, ma che per me ha il peso di una conquista.

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