Buon venerdì!
Negli ultimi tempi mi accorgo che ciò che davvero vacilla non è il controllo del corpo.
Le gambe, gli spasmi, i limiti fisici: quelli sono solo la superficie, la parte visibile di una storia più grande.
La perdita che pesa di più è un’altra:
è il controllo dell’esistenza, la capacità di orientare la propria vita secondo un’intenzione, un progetto, un gesto che nasce da dentro.
È il controllo del proprio spazio mentale, del proprio ambiente, del proprio fare e del proprio essere.
Quando questo controllo si incrina, non è solo una questione pratica:
è come se si incrinasse la percezione stessa di sé.
Perché l’essere umano non vive soltanto nel corpo, ma nel significato che riesce a dare alle proprie azioni.
E allora noto che, attorno a me, alcune persone senza bisogno di nomi hanno chiuso la porta.
L’hanno chiusa nel mondo reale, ma soprattutto nel mondo simbolico.
Una porta chiusa non è solo un gesto: è una scelta di distanza, un confine che non dipende da me.
E in quel momento il controllo si dissolve.
Non perché io abbia smesso di voler vivere pienamente, ma perché l’esistenza, a volte, si costruisce anche attraverso gli altri.
E quando gli altri si ritirano, la vita cambia direzione senza chiedere permesso.
Forse la filosofia insegna proprio questo:
che il controllo è un’illusione fragile, e che ciò che possiamo davvero governare è solo la nostra risposta.
Il modo in cui restiamo aperti, anche quando gli altri chiudono.

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